Comincio da una cosa banale: lo scorso anno, a marzo, un mio compagno di scuola ha avuto una sorta di crisi durante l’intervallo. Non una crisi drammatica, niente di visibile. Si è solo seduto sul muretto in cortile e ha detto, senza rivolgersi a nessuno in particolare:
“non so cosa voglio fare e a breve dovrò decidere”.
Tutti lo guardavano come se avesse detto qualcosa di ovvio, e in effetti lo era. Solo che nessuno si era mai posto concretamente il dubbio ad alta voce.
Questa è la cosa strana dell’ansia da futuro: è ovunque, la sentono quasi tutti, eppure in qualche modo rimane una cosa privata. La tieni dentro durante le interrogazioni, la porti a casa, ci dormi sopra, e poi vai a scuola e fai finta di niente perché “fortunatamente” anche gli altri stanno facendo finta di niente.
Allora proviamo a non fare finta.
Più del 57% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, a livello globale, dichiara di sentirsi ansioso rispetto al proprio futuro economico. Quasi uno su due. In Italia i disturbi d’ansia tra gli adolescenti sono aumentati del 30% tra il 2019 e il 2023, e quel numero non è tornato giù dopo la pandemia, è rimasto lì. Non so se questi dati sorprendono, ma a me per niente.
Perché l’ansia da futuro non è solo “non so cosa fare dopo il liceo”, è più larga di così: si tratta di crescere in un momento in cui tuo padre o tua madre ti raccontano un mondo che non esiste più (carriere lineari, posti fissi, la pensione a sessant’anni) mentre tu guardi fuori dalla finestra e vedi qualcosa di completamente diverso. Un mercato del lavoro che cambia ogni tre anni. Una tecnologia che ogni sei mesi ridefinisce cosa significa essere “qualificato”. E sopra tutto questo, la sensazione costante di dover scegliere adesso, bene, definitivamente.
Spoiler: non è così.
Il paradosso della scelta
Il momento in cui questa roba esplode, in Italia, è tra il quarto e il quinto anno. La scelta universitaria diventa improvvisamente una questione esistenziale, come se dovessi sapere, a diciassette anni, non solo cosa vuoi studiare ma chi vuoi diventare, dove vuoi vivere, quanto vuoi guadagnare e se sei disposto a trasferirti a Milano, Torino, Bologna, Roma o preferisci restare vicino a casa tua.
È oggettivamente troppo da mettere in testa a una persona che magari ancora non sa cosa vuole mangiare a cena.
Lo psicologo Barry Schwartz definisce questo fenomeno “il paradosso della scelta”: più alternative abbiamo, meno siamo capaci di scegliere con serenità, perché ogni opzione porta con sé il fantasma e il rimorso di tutte quelle che abbiamo scartato. E quando la posta in gioco è il tuo percorso di vita, quel fantasma pesa.
I dati dicono un’altra cosa. Il 30% dei laureati magistrali italiani lavora in un settore completamente diverso da quello in cui si è laureato. Quasi un laureato su tre ha cambiato strada, e non sono tutti dei falliti, anzi molti di loro dicono di stare meglio di quanto avrebbero fatto seguendo il piano originale.
Le strade si biforcano, si correggono, tornano. La mappa non è mai definitiva come sembra a diciassette anni.
Laurea sì, laurea no: la domanda sbagliata
Negli ultimi anni si è diffusa un’altra narrativa. “Non hai bisogno della laurea per avere successo.” Si citano i dropout di Silicon Valley, i creator da un milione di follower, i ragazzi che hanno imparato a programmare su YouTube e ora guadagnano più di un medico.
C’è del vero, ma c’è anche molta mitologia.
In Italia, secondo l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), una laurea vale mediamente il 40% in più in termini di stipendio nel corso dell’intera vita lavorativa. I laureati in materie STEM, economia o medicina trovano lavoro a cinque anni dalla laurea in oltre il 90% dei casi.
Esiste però anche un altro percorso che funziona e che nessuno ti spiega mai bene a scuola: gli ITS Academy, gli istituti tecnici superiori. Sono corsi post-diploma altamente specializzati (automazione industriale, digitale, energie rinnovabili) e portano all’80% di occupazione entro un anno dalla fine. Funziona. È solo culturalmente considerato “di serie B”, il che è un pregiudizio che costa caro a molti.
La domanda giusta non è “laurea sì o no” in astratto. È: questa specifica laurea, in questa specifica università, con quello che voglio fare, vale quello che mi costerà in anni e in soldi? È una domanda molto più difficile. Ma almeno credo che sia quella giusta. O forse sto solo vagando nel nulla.
L’elefante nella stanza
E poi c’è lei. L’intelligenza artificiale: l’argomento che fa scattare l’ansia anche nelle persone che fino a ieri non ci pensavano.
La domanda circola ovunque nei corridoi, nei gruppi di classe, a volte a cena: il lavoro che voglio fare esisterà ancora?
Non è una domanda stupida. Il World Economic Forum stima che entro il 2027 circa 83 milioni di posizioni lavorative potrebbero diventare obsolete per via dell’automazione. McKinsey ha calcolato che il 30% delle attività lavorative attuali potrebbe già essere automatizzato con le tecnologie di oggi. Sono numeri grandi, fanno impressione, ed è giusto prenderli sul serio.
Però c’è un errore di inquadratura che si fa quasi sempre quando si parla di AI e lavoro. Si ragiona come se l’intelligenza artificiale sostituisse professioni intere: in realtà quello che sparisce, o si riduce enormemente, sono singoli compiti all’interno di quelle professioni. L’AI fa la ricerca giurisprudenziale al posto dell’avvocato, ma l’avvocato rimane lì a fare tutto quello che l’AI non sa fare: capire le persone, costruire una strategia, leggere una situazione. Il lavoro si trasforma, non si cancella.
David Autor, un economista del MIT che studia questi temi da vent’anni, ricorda che ogni grande ondata tecnologica nella storia, dalla meccanizzazione agricola all’arrivo dei computer, ha sempre creato più lavoro di quanto ne abbia distrutto, anche se in forme diverse e con un periodo di adattamento difficile.
Non è garantito che vada così anche stavolta. Ma ahimè l’apocalisse occupazionale non è scritta da nessuna parte.
La paura vera
Fatta tutta questa analisi, c’è una cosa che i dati non riescono a catturare: la paura più comune tra i ragazzi non è “non troverò lavoro”.
È: “farò la scelta sbagliata e non potrò tornare indietro”.
L’irreversibilità. Il senso che il margine di errore sia zero, che un passo falso oggi si propaghi per anni. Questa è la radice vera dell’ansia, non il mercato del lavoro, non l’AI. È il terrore di imboccare una strada e scoprire, troppo tardi, che era quella sbagliata.
È un’illusione, in buona parte: i percorsi adulti sono molto più riscrivibili di quanto sembrino dal quinto anno del liceo. Si cambia facoltà, si cambia lavoro, si ricomincia. Lo stigma di “ho sbagliato strada”, che dentro la scuola sembra enorme, si dissolve sorprendentemente in fretta quando esci da quel contesto.
Ma capirlo a parole e sentirlo davvero sono due cose diverse.
Torno al mio compagno sul muretto. Alla fine dell’anno si è iscritto a ingegneria. Non perché fosse sicuro (mi ha detto chiaramente che non lo era) ma perché a un certo punto ha deciso che aspettare di essere sicuro era peggio che scegliere sbagliando.
Non so se ha scelto bene, anzi non lo sa neanche lui, ma ha smesso di aspettare che il quadro si chiarisse completamente, perché ha capito che non si sarebbe mai chiarito del tutto.
Forse è questo il vero lavoro da fare: non trovare la scelta perfetta, ma imparare a stare dentro l’imperfezione della scelta, senza che questo paralizzi.
Il futuro fa paura. E forse, almeno un po’, è proprio così che dovrebbe essere.