CHAT… SI GIRA! Fine di un’era? Come l’IA generativa sta cambiando il cinema.

CHAT… SI GIRA! Fine di un’era? Come l’IA generativa sta cambiando il cinema.

Il mondo del cinema si trova oggi sull’orlo di un baratro, sospeso tra il fascino del progresso continuo e il timore di uno smarrimento identitario. La “Settima arte”, infatti, è per sua stessa natura figlia dell’innovazione. Sin dalla sua nascita, nel 1895, con l’avvento del cinematografo da parte dei fratelli Lumière, esso ha saputo reinventarsi più volte. Ogni salto evolutivo dal passato ha però comportato il sacrificio di un’intera epoca: il passaggio dal bianco e nero al colore fu visto da molti come un insulto alla fotografia; l’avvento del cinema sonoro mise fine alle carriere di quegli attori del muto che non possedevano voci adatte al nuovo mezzo; la nascita dei servizi di streaming ha accelerato il percorso dei cinema verso il declino.Oggi stiamo attraversando una nuova fase di transizione (sicuramente non l’ultima) di cui l’IA rappresenta l’epicentro. In un’era in cui la velocità di avanzamento della tecnologia sembra superare la nostra capacità di prevederne le conseguenze, il settore si interroga su quale spazio resterà per l’intuizione umana. Esplorare questo scenario significa addentrarsi nell’ignoto, nel quale le opportunità di democratizzazione produttiva, dove tutti possono diventare registi “a modo proprio”, si scontrano con la necessità di tutelare l’essenza più profonda della narrazione.
Risale a qualche giorno fa l’intervento sul tema da parte della presidente del Festival del cinema di Cannes, Iris Knobloch, la quale, durante la conferenza stampa in occasione della 79/a edizione, prevista per maggio 2026, ha ribadito l’importanza di tutelare il genio umano: “È importante chiarire che difendiamo la libertà di creare per tutti gli esseri umani, ma solo per gli esseri umani” ha detto. Le sue dichiarazioni non sono state un semplice commento di rito, ma un’incitazione al cambiamento contro un’industria cinematografica all’interno della quale l’utilizzo dell’IA non è più una promessa futura, ma una realtà consolidata che sta ridisegnando i confini della creatività stessa.
Questa controversia non è per nulla nuova, ma ha assunto dei toni davvero drammatici negli ultimi mesi. In precedenza, numerosi esperti del settore si erano dimostrati contrari all’ascesa incontrollata dei nuovi algoritmi generativi. Emblematica la dichiarazione del premio Oscar James Cameron, colui che più di tutti ha legato il proprio nome alla tecnologia (da Avatar a Terminator) ed è considerato un pioniere nel campo della CGI, durante un’intervista rilasciata al programma televisivo australiano “7.30” ad ottobre del 2025, poco prima del debutto di “Avatar: fuoco e cenere”. È proprio al suo Terminator che egli fa riferimento, descrivendo come si è sempre più vicini alla realtà distopica raccontata nei film. “Sto lottando per capire esattamente come raccontare una nuova storia di Terminator che non diventi obsoleta nel giro di un anno”, ha detto, ribadendo comunque la propria scelta verso un cinema più puro, basato sulla chimica e la collaborazione diretta tra regista e attore, un qualcosa che una macchina, almeno per ora, non può simulare.
Tuttavia, è innegabile come l’impiego dell’Intelligenza Artificiale nell’audiovisivo presenti numerosi vantaggi competitivi, legati principalmente alla velocizzazione del flusso di lavoro e alla riduzione dei costi di produzione. Nella fase di preproduzione, l’IA sta già trasformando il ruolo degli sceneggiatori e dei produttori, occupandosi della scrittura dei copioni di base, dell’analisi dei dati di mercato per prevedere il successo di un film e di tutti quei compiti ripetitivi un tempo affidati all’uomo. In questo scenario, l’umano assume il ruolo di “curatore”: ha il compito di controllare, filtrare e selezionare l’output che più si addice alle esigenze artistiche.
Ma è soprattutto nella fase di post-produzione che l’IA sprigiona tutta la sua potenza trasformativa. Si pensi al complesso processo di “de-aging” (il ringiovanimento digitale), diventato celebre con il caso di Harrison Ford in “Indiana Jones e il quadrante del destino”. In quel caso, l’utilizzo di un’IA specifica denominata FRAN o Face-Re-Aging-Network, sviluppata da Disney, ha permesso un miracolo visivo! Attraverso l’analisi di innumerevoli volti sintetici e l’incrocio con il database storico delle immagini di Ford da giovane,
l’algoritmo ha permesso a un uomo di ottantun anni di tornare a essere un avventuriero di trentacinque con un realismo tale da ingannare l’occhio umano.
Il potere dell’IA non si ferma ai volti, ma si interessa anche degli ambienti. Netflix ha da poco rilasciato “VOID” uno strumento AI di ricerca pubblicato lo scorso 3 aprile come Open Source. Questo tool non si limita a eliminare oggetti indesiderati da una scena, ma ricostruisce la realtà con una coerenza impressionante. Ad esempio, se durante uno scontro tra due macchine, una di queste venisse rimossa dalla scena, grazie a VOID la seconda ne uscirebbe senza un graffio, e allo stesso modo l’ambiente sarebbe privo di detriti o fumo, ricostruendo i pixel mancanti in base al contesto, come se l’incidente non fosse mai avvenuto. In uno studio di preferenze umane al quale hanno preso parte 25 partecipanti, VOID è stato preferito il 64,8% delle volte rispetto ai suoi rivali, tra i quali Runway, finora considerato il migliore nel settore. Secondo le stime del colosso dello streaming, strumenti come questo ridurranno enormemente i budget necessari per le grandi produzioni, non riuscendo tuttavia a minimizzarli completamente, causa la tecnologia attuale, ancora fin troppo “arretrata”, che limita il loro utilizzo su piccola scala.
E mentre Netflix spende cifre colossali per la realizzazione di IA efficienti, negli ultimi anni si è potuto vedere come questa tecnologia abbia aperto le porte anche a registi e case di produzione indipendenti in tutto il mondo, che attingono a questi stratagemmi salva costi. Il caso più eclatante della stagione è italiano: lo scorso 23 marzo è stato rilasciato il trailer di “Aurion”, film prodotto dalla casa napoletana Max Adv Production e guidata da Massimiliano Triassi. Aurion è considerato il primo lungometraggio a venire prodotto con l’ausilio massiccio dell’Intelligenza Artificiale, dalla scrittura della scenografia alla generazione degli ambienti virtuali. Come era prevedibile, a poche ore dalla sua pubblicazione sui social media, il progetto è stato inondato di critiche, letteralmente massacrato, da parte degli utenti, che lo hanno definito “privo di umanità” e “la morte dell’arte”. È pur vero che, ad oggi, l’IA non è ancora capace di produrre opere di qualità, ma è impossibile non provare un certo timore di fronte ai traguardi raggiunti in appena un decennio di evoluzione.
Un’accelerazione così rapida e che aumenta vertiginosamente, annualmente e sembra dar ragione a quanto detto da Ethan Mollick, docente alla Wharton School dell’università della Pennsylvania, che nel suo saggio “L’intelligenza condivisa” lancia un avvertimento attraverso una frase: “Non userete mai una AI peggiore di quella che state usando adesso”. Mollick cerca di dare una risposta alle preoccupazioni crescenti, suggerendo che l’IA non debba essere vista come un sostituto del talento umano, ma come un copilota, letteralmente, come il titolo del libro suggerisce, una co-intelligenza. È il concetto di “human in the loop”: l’importanza vitale di mantenere il giudizio, l’etica e il gusto umano all’interno di sistemi complessi. In questa nuova ottica il regista non scompare, ma evolve in una sorta di “scrittore di prompt”. Non si tratterebbe più di dirigere manualmente ogni dettaglio sul set, piuttosto di saper guidare la macchina con le giuste istruzioni. Il cuore pulsante del cinema resterebbe dunque il genio umano, mentre l’AI assumerebbe la funzione di braccio destro super efficiente.
Ma la vera domanda che tutti ci stiamo ponendo è: al di là delle supposizioni, in che modo questa rivoluzione influenzerà davvero il cinema del futuro? Avrà davvero senso continuare a parlare di cinema come una forma d’arte, quando l’IA stessa non è altro che una macchina che distrugge il processo creativo tradizionale? Se l’arte è l’espressione del limite umano, cosa succede quando quel limite viene cancellato da un algoritmo? Il confine tra uomo e macchina sta diventando sempre più sottile, e sta a noi riconoscere quando è il momento di dire stop e rivendicare l’unicità dell’imperfezione umana.